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Galleria Ingresso Pericoloso

dal 02 Aprile 2009 al 10 Aprile 2009 - Segnalato da Redazione
|

info:
Galleria Ingresso Pericoloso
Via Capo d’Africa 46
fino al 10 aprile 2009
Mart./Ven 15,30/19,30 o su appuntamento
+39 06 45496564
http://www.ingressopericoloso.com/
info@ingressopericoloso.com

Galleria Ingresso Pericoloso presenta:

In una realtà carica di impulsi visivi, all’interno della dimensione che Susan Sontag aveva definito “anestetizzata” dalle immagini, alcuni artisti scelgono di esprimersi con tonalità laconiche, altri invece optano per urlare intensamente per difendere la propria identità. È il caso di Chiara Scarfò (Genova, 1977), interessata prevalentemente al linguaggio della fotografia ed alla videoarte, che centra la sua ricerca sui luoghi della memoria e sul proprio corpo, inteso come limite immaginario o confine che deve valicare per essere, per potersi ricreare in ogni transito. Dopo diversi progetti sviluppati in completa solitudine negli spazi ex manicomiali di Cogoleto e Quarto, nella sua città natale, e dopo aver creato l’installazione ambientale “Nove Fratelli” nella Riserva naturale Foce dell’Isonzo a Gorizia, l’artista presenta nella Galleria Ingresso Pericoloso, “Table”, la materializzazione di una nuova soglia che deve essere superata attraverso l’emancipazione.


Il progetto “Table” parte dal ricordo del suono fastidioso delle molle sotto al tavolo allungabile anni ’70 che spezzava il silenzio grave nel suo ambiente quotidiano. Una nota dissonante che sottostava e irrompeva, durante l’infanzia dell’artista, nell’orizzonte conformato dagli incontri familiari intorno al tavolo e che generava una tensionecrescente in maniera esponenziale, insostenibile ai sensi, irrispettosa del rito, liberatoria.


Così, il tavolo ma anche tutti gli eventi e le ritualità che si celano dietro e intorno all’atto di mangiare insieme, vengono interpretati dall’artista come una distopia, come tentativi radicalmente sperimentali e fortemente orientati in un senso liberatorio. In questo modo un luogo comune di convivenza, come la cucina, ed il suo centro nevralgico, il tavolo, vengono tratteggiati sommariamente, stilizzati, quasi azzerati, in forme sprovviste di ogni possibile uso. Sagome in cui si manifestano presenze vuote, profili filiformi che rievocano strutture sì conosciute ma difficili da identificare razionalmente e perimetri intesi come recinti invalicabili di filo spinato. Un mondo di simulacri del reale, visionario e inquietante, in cui l’esistenza viene inscenata o immaginata ma mai vissuta e dove tutto può cadere all’interno di se stesso o frantumarsi. Un ambiente, infine, nudo dove trascurare intenzionalmente la necessità innata di mangiare o dove potersi spogliare di tutto ciò che limita l’accettazione della propria natura dissonante.

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