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Presentazione del noir Il complotto mongolo, 14 febbraio ore 18 presso Instituto Cervantes, piazza Navona 91
il 14 Febbraio 2012 - Segnalato da Redazione info:
Instituto Cervantes, piazza Navona 91, martedì 14 febbraio ore 18.
roma.cervantes.es/it/contatti.htm
El complot mongol è la storia di un’indagine di polizia nella Città del Messico degli anni ’60. La vicenda è raccontata in prima persona da Filiberto García, un poliziotto della “vecchia scuola” messicana, a cui viene affidato l’incarico di accertare la fondatezza di alcune voci che indicherebbero l’esistenza di una cospirazione, diretta dalla Cina comunista, per eliminare il presidente stato-unitense che di lì a due giorni si recherà in visita nella capitale messicana. Nel corso delle duecento pagine tale prospettiva sarà ribaltata e García scoprirà che le voci del complotto sono, nella realtà, un diversivo per coprire il tentativo di un golpe militare che mira all’eliminazione del presidente messicano.
Alla trama si aggiunge il divertente gioco delle opposizioni, costruito dal sarcastico punto di osservazione di García tra il nuovo Messico, quello in cui la Rivoluzione si è fatta istitutuzione, e il vecchio Messico, quello della fase rivoluzionaria vera e propria, nella quale i problemi si risolvevano, con molte meno ipocrisie legalistiche, a pistolettate.
Naturalmente García appartiene al Messico che fu, come il suo amico Avvocato con cui si ritrova a “distillare” in una taverna del centro fulminee ed amarissime lezioni di sociologia spiccia sullo stato della nazione.
L’emarginazione degli uomini della vecchia guardia nel buio delle taverne ha un parallelo nella segregazione dei cinesi nella piccola “china town” capitolina. Fumatori di oppio e giocatori d’azzardo, questi cinesi sono non a caso le persone con cui García si trova a proprio agio, non foss’altro per il silenzio che amano mantenere.
Dal quartiere cinese proviene Martita, la ragazza che fa palpitare il cuore a García, e che si aggiunge alla lunga fila dei personaggi che entrano in scena: burocrati della polizia, ipocriti generali golpisti, i servizi segreti statunitensi e russi e gangster da due lire della provincia messicana.
Quando la macchinazione investigativa comincia a coinvolgere il protagonista, gli ingranaggi narrativi si mettono a girare sempre più veloci e, abbandonata ogni parentesi descrittiva, il libro comincia a reggersi solidamente solo sui dialoghi e il continuo monologo (un dirompente “metatesto”) di García.
Dunque cinismo e amarezza si mescolano inestricabilmente all’ironia e alla risata sguaiata che s’indirizzano, senza perbenismi, a tutte le categorie sociali, e plasmano situazioni paradossali come la conclusiva, e imbarazzante, veglia funebre per Martita.
Non è un caso che questa prosa, elementare e asciutta, sia indicata a modello esemplare della moderna letteratura messicana. La nettezza dei caratteri e il modello machista, perdente ma pur sempre presente, del protagonista sono ben bilanciati da questo continuo “parlarsi addosso” che rende meno dolorosa, perché divertente, la sostanziale inadeguatezza dell’uomo alla società.













